Creato da: max_6_66 il 30/06/2009
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Petunia

Post n°53 pubblicato il 27 Ottobre 2009 da max_6_66
 
Tag: Vito
Foto di max_6_66

Natale 2008. E detta così sembrerebbe una storia festosa e felice. Diciamo quindi meglio, pochi giorni prima del Natale 2008, esattamente il ventuno Dicembre, il giorno più corto dell’anno e allo stesso tempo quello delle terribili corse all’ultimo momento per i regali. Il giorno che alcuni adorano trascorrere prendendosi a male parole per un sorpasso o a pugni per un parcheggio in centro, ma anche quello che molte persone sole iniziano ad annegare nella tristezza, che le coppie litigano, che i parenti si preparano a tirar fuori il peggio di se di li a pochi giorni davanti ad un tavolo. Che alla fine ti chiedi perché i Maya hanno calcolato una fine del mondo alla quale mancano ancora quattro anni esatti, mentre se venisse subito, una bella fiammata e tutto andrebbe a posto, risparmiandoci soprattutto l’ennesima razione di falsi buonismi usati per veicolare offerte commerciali e vendere panettoni. Questo pensavo,  appena uscito dall’ufficio, bloccato in coda con l’auto  alle diciannove circa. Mi aspettavano un paio di regali da pensare e trovare, la spesa al supermercato, un invito a cena per le venti e trenta. Le lancette dell’orologio dell’auto giravano ad una velocità quasi doppia del normale e stavo cercando di indovinare cosa mi sarei dimenticato di comprare ricordandomene quando oramai sarei stato oltre la cassa.

Invece ero stato bravo, tutto era andato per il meglio. Tranne una pioggia insistente che mi aveva accolto all’uscita del supermercato. Poco male, dieci metri di corsa con le borse della spesa sotto un’acqua gelida che non avrebbero mai intaccato la mia soddisfazione per essere quasi in dirittura di arrivo. Appena uscito dal parcheggio una ragazza con i capelli lunghi e due borse della spesa, in balia di quella stessa pioggia, cerca di attirare la mia attenzione. Accosto, mi chiede un passaggio, apro lo sportello, si siede vicino a me. Non erano ancora passate le prime frasi di circostanza sul tempo e sul natale che il mio sguardo si era posato su un particolare inquietante. Le sue borse della spesa. Era salita sulla mia auto nel parcheggio della Coop. Aveva due borse della Superal. Poi la conferma quando per pensare ad altro le chiedo dove la devo portare. “Non lo so…” è stata la sua risposta. Avevo raccolto per strada una pazza.

Ed era toccata a me, proprio nel momento in cui pensavo che oramai sarebbe stato sufficiente correre a casa, fare una doccia velocissima e vestirmi in fretta per arrivare con un accettabile minimo ritardo all’ultimo impegno di quella caotica giornata. Due buste della Superal, che osservandole bene si mostravano  piene di stracci e cianfrusaglie raccolte per strada, erano solo un ennesimo particolare di tutto il contesto. Occhi persi nel vuoto e ancora qualche frase senza senso, prima di darmi una inutile conferma. “Mi chiamo Petunia, si, non sono normale, però non sono pazza, forse, no, non sono pericolosa”. Meno male.

Osservavo il mio stesso sguardo smarrito nello specchietto retrovisore. Che cosa….come….non riuscivo a intravedere una minima via d’uscita. “Ho detto che non sono pazza perché non sta bene, non si dice più, come per gli handicappati, i disabili”. E guardava incuriosita quello che c’era fuori dal finestrino, come se stesse facendo una gita. “Adesso si dice che sono diversamente abili, ecco, io sono, io sono una  diversamente intelligente”. E’ stato a quel punto che mi è caduta addosso come, non so come spiegarlo, una coltre di tenerezza, come una nebbia tiepida dentro la testa.

Le strade che stavamo percorrendo avevano iniziato ad essere improvvisamente vuote. “Vedi, dieci minuti fa era tutto pieno, adesso sono già arrivati tutti nelle loro case e in giro ci siamo solo io e te, tra un po’ torneranno, ma i pazzi non siamo noi, noi siamo diversamente viaggianti in macchina”. Era vero, pensavo che fossero oramai tutti a fare la doccia velocissima prima di vestirsi in fretta per recarsi all’ultimo piacevole impegno della serata. Forse ancora quindici minuti di tempo, prima che rientrassero in strada come furie, per arrivare con un accettabile minimo ritardo alla loro meta.

Dove vivo io ci sono alcune strade belle da percorrere in auto quando non c’è nessuno in giro. L’ho fatto mille volte, a notte fonda o quasi mattina. Ascoltando musica, pensando. E mi è venuta improvvisamente voglia di andarci. Sono alcuni lunghi viali alberati, nella prima periferia. Percorrendoli lentamente ti sembra di essere alla guida di una carrozzella trainata da un cavallo stanco in un pomeriggio d’estate di cinquanta anni fa. Abbiamo parlato e anche riso insieme. Lei dicendo cose che sembravano assurde, subito dopo chiedendone scusa, io ascoltando in realtà quelle parole come si ascolta la musica, quando sei in macchina da solo. Solo ascoltandole superficialmente non formavano frasi di senso compiuto, erano piene di parole rotonde, morbide.

“E’ finita, stanno di nuovo iniziando ad uscire da sotto le case”, questo mi ha detto riferendosi probabilmente a un milione di auto che si apprestavano a lasciare box e parcheggi seminterrati. Alcune brevi indicazioni stradali, poi mi ha fatto fermare, dicendomi che era arrivata. Mi ha chiesto un gettone, di quelli per telefonare. Quando gli ho detto che non esistono più da molti anni mi ha risposto che anche la persona alla quale doveva telefonare non esiste più da allora, ma che avere un gettone gli avrebbe comunque dato un po’ di speranza. Mi ha dato un bacio sulla guancia ed è scesa. Sono tornato verso casa lentamente, prendendomi le ingiurie di un tipo che ha guidato a sei centimetri dal mio paraurti posteriore prima di potermi sorpassare. Dalle case usciva gente cupa e urlante con pacchi colorati e ombrelli che il vento strappava di mano, da lontano un grande suono di clacson.

E’ da circa un anno che tengo dentro questo segreto, incontrandola ancora di tanto in tanto, nei giardini vicino casa mia, oppure mentre cammina per la strada con le sue due buste della spesa e la faccia indaffarata.  A volte seduta su una panchina alla fermata dell’autobus, con la faccia imbronciata perché non sa, non si ricorda dove deve andare. Ne parlo solo adesso perché mi sono chiesto fino ad ora se fosse  giusto o meno rivelare il fatto che Petunia esiste. Ci ho ripensato proprio in queste settimane, guardando un po’ di telegiornali, domandandomi se dovesse veramente finire il mondo il ventuno Dicembre del duemiladodici cosa resterebbe di noi oltre a un mucchietto di polvere che il Vecchio con la Barba si affretterebbe ad aspirare con il suo Worwerk Folletto durante le pulizie del sabato. Dopo il passaggio dell’Aspirapolvere Celeste il mio ricordo di Petunia e di quel giorno resterebbe. Se la incontrate portatela a fare un giro in auto in un viale alberato, le piace molto. Buon prossimo Natale.

 
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