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Creato da: max_6_66 il 30/06/2009
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Gusci di noce

Post n°270 pubblicato il 23 Gennaio 2011 da max_6_66
Foto di max_6_66

“Perché non hai preso a destra dopo il sottopasso ?”. Se c’è una cosa che non sopporto di te è quando guido l’auto e approfitti di ogni occasione per contraddire e criticare quello che faccio. Quando ad ogni bivio e incrocio mi arrivano i tuoi consigli sulla strada migliore da prendere, quella più breve, quella dove c’è meno traffico. E’ facile starsene sul sedile del passeggero e giudicare, decidere la cosa più giusta da fare. E la cosa che mi fa proprio incazzare è quando siamo arrivati ed emetti la sentenza finale “Hai visto ? Te l’avevo detto, ma te hai voluto svoltare a destra dopo il sottopasso…”. Il caso peggiore è però al casello autostradale, quando mi costringeresti a manovre pericolosissime pur di farmi passare dalla porta di uscita che consideri quella migliore. E siccome io in realtà, come sempre, imbocco la prima che mi  trovo davanti, sbuffi e osservi tutte le macchine arrivate dopo di noi che hanno già pagato il pedaggio e sono passate, mentre noi attendiamo che il camionista Uzbeco che ci precede riesca a capirsi con il casellante riguardo alle indicazioni stradali per arrivare chissaddove. Ti ci abbandonerei a quel casello autostradale. Rimango sempre angosciato quando poco prima dell’estate mi imbatto in uno di quegli spot contro l’abbandono degli animali domestici dove si vede uno sciagurato padrone che lascia legato al guardrail lungo l’autostrada il proprio cane e se ne va. Ma a te, quando ti comporti in questo modo, uscirei dall’auto, aprirei il tuo sportello, ti farei scendere e ti ci abbandonerei a quel casello. Senza rimpianti o sensi di colpa. Il problema è che non posso. Quello che ci unisce non può essere tagliato, rescisso.

 

Quando ero bambino credevo che le barche a vela non si potessero governare. Mi sembrava una cosa normalissima che andassero dove le portava il vento. E si trattava di una teoria sperimentata molte volte, costruendo delle piccole barchette fatte con i gusci di noce, dove una strisciolina di carta infilzata in uno stuzzicadenti catturava un centimetro di vento e si faceva da questo guidare. E in barche più grandi con persone adulte doveva andare per forza nello stesso modo. Nessuno è in grado di far cambiare direzione al vento secondo le proprie necessità. Quando poi un po’ più grandicello ho scoperto che Cristoforo Colombo riuscì ad arrivare nel continente americano sfruttando dei venti che per sei mesi soffiano in quella direzione, ritornando poi a casa quando nei sei mesi successivi soffiavano in direzione opposta, ne ho avuta una riprova inconfutabile. C’era scritto nel libro di storia. Oggi che ho superato i quaranta anni, queste cose non le posso più dire. Sono diventato anche un grande appassionato di vela, quindi nessuno accetterebbe da parte mia il fatto di avere ancora questa convinzione. E quindi sono costretto a tenermelo per me, il fatto che non è vero niente che i marinai fanno andare la barca a vela dove vogliono loro. Addirittura quasi controvento, o come si dice “di bolina”. Cristoforo Colombo ha deciso lui dove andare, ma non a prescindere dal vento, o cercando di cambiarne in qualche modo fisico o soprannaturale l’andamento o la direzione. Si è fatto invece guidare, anzi cullare sulle onde del mare fino a che quella forza lo ha condotto dove entrambi volevano. A Barcellona, al termine della Rambla, c’è una statua a lui dedicata, che lo ritrae mentre con una mano tiene delle mappe e con l’altra indica verso il mare. Quel dito indica la direzione del vento. Del “suo” vento. Spesso, a pochi metri della statua, vicino a quello che è diventato il porto olimpico di Barcellona, stazionano le ricostruzioni fedeli delle tre caravelle, le barche con cui ha attraversato l’Atlantico da Palos a S.Salvador. Io le ho viste bene molte volte. Sono identiche nella forma a dei gusci di noce.

 

E anche oggi, hai voluto girare a destra dopo il sottopasso, per andare a prendere l’autostrada. Eppure lo sai che il lunedì sull’autostrada in direzione città c’è un traffico bestiale. Tanto vale prendere la tangenziale. Si arriva prima e non si paga il pedaggio. Che poi, avessi almeno il telepass. E invece no, dritto come un fuso verso la porta di uscita dove il camionista Uzbeco sta chiedendo delle informazioni al casellante. Ha messo anche le doppie frecce per far capire a tutti che dovrà rimanere li fermo per chissà quanto tempo. Ci saranno venti caselli diversi e te prendi sempre quello. Cambia solo la nazionalità del camionista. Lo scorso lunedì era Turco. Siamo stati fermi ad aspettare per venti minuti. E io seduto li accanto a te, aspetto. Senza nemmeno la consolazione di un volante dove appoggiare le mani. A volte, quando fai così, scenderei di macchina e me ne andrei a piedi. Scenderei anche al volo, mentre stai guidando, come fanno vedere nei telefilm americani. Ma questo non è possibile, lo sappiamo. E’ una cosa che non è umanamente e fisicamente possibile il fatto che ci separiamo anche per un solo istante.

 

Una volta ho immaginato il mio destino come se fosse una persona in carne ed ossa. In realtà un altro me stesso che viveva un minuto, un giorno, vent’anni avanti. Come se si incamminasse, un minuto, un giorno, vent’anni prima sulla via che dopo di lui avrei sicuramente percorso. Quante volte durante il cammino l’ho incontrato seduto sul ciglio della strada che mi aspettava, da un minuto, da un giorno, da vent’anni. Sapeva che sarei passato di li. Era l’unico a saperlo. Come solo io avrei potuto saperlo, se fossi passato per quella strada e l’avessi percorsa, un minuto, un giorno, vent’anni prima.

 

A volte invece me lo immagino che mi accompagna, questo altro me stesso. Che mi siede accanto, mentre guido l’automobile su e giù per le strade della vita.

 
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