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nuvole & pecore
Post n°251 pubblicato il 05 Ottobre 2010 da max_6_66
Tag: Angela “Non c’è niente da fare”, pensavo mentre cercavo di stipare i calzini nella valigia, “Non ci sono più scuse e non posso mentire più a me stesso, ho fallito”. In un mondo così grande, in un futuro dove il caso può disegnare in qualunque momento infinite possibilità, questo è quello che pensi quando ti scopri costretto a camminare in un vicolo tra mura altissime. Era proprio iniziata così, un sogno, quello di camminare in un vicolo che diventava sempre più stretto, fino al punto in cui diventando più stretto delle tue stesse spalle, non c‘è più possibilità nemmeno di girarsi per tornare in dietro, un senso di ineluttabilità claustrofobica che mi aveva fatto risvegliare immediatamente, per quella sensazione come di non poter più respirare. Erano bastati pochi giorni perché quel vicolo uscisse dal mondo dei sogni ed entrasse, un pezzo per volta, nella vita reale, prendendo una parte sempre più consistente dei miei pensieri. Non credo che i sogni siano premonitori. Penso piuttosto che siano rivelatori di ciò che più profondamente abbiamo dentro. L’unica soluzione quindi era davanti a me, il trolley dove stavo mettendo alla rinfusa qualcosa di semplicemente utile, senza troppi sentimentalismi. Nessun ricordo importante, nessuna fotografia, nessuna lettera. Solo calzini, mutande, qualche maglietta, un paio di scarpe. Il fatto che fosse poco prima dell’alba era dovuto unicamente al fatto che quando acquisisci coscienza di questa situazione, dormire non se ne parla, quindi tanto vale preparare tutto e non perdere altro tempo. Giusto quello di chiudere la valigia ed ero già fuori. Non ricordo nemmeno se avevo chiuso la porta di casa dietro di me. Mi ero incamminato lungo il marciapiede, guardando avanti e ascoltando il suono delle ruote, che già riusciva a coprire l’eco dei miei pensieri autoaccusatori. L’aria fresca che precede il sorgere del sole aveva fatto il resto, contrastando efficacemente il senso di soffocamento, di mancanza di respiro. Anche questo mi confortava riguardo al fatto che avessi preso l’unica decisione possibile. Un attimo di dubbio davanti al primo bivio. Mi ero fermato per pochi secondi ed il silenzio delle ruote del mio trolley mi aveva dato la sensazione di un suono simile in lontananza. Non gli avevo dato troppa importanza, considerandolo come una eco del mio stesso rumore, prodotta chissà come tra i cortili dei palazzi. E anche la sensazione di un’ombra scura che trascinava una valigia, circa cento metri davanti a me, l’avevo considerata come una mia stessa ombra, causata da chissà quale luce alle mie spalle. Poi, arrivato dove la strada da cui provenivo ed un’altra confluivano in una unica via, la prima certezza. Una persona proveniva dall’altra strada, con il mio stesso sguardo e con un trolley uguale al mio. Aveva rallentato appositamente il passo, in modo che una volta trovati sulla stessa via, fosse alle mie spalle. Probabilmente aveva pensieri simili ai miei ma idee più vaghe su dove dirigersi. La luce del giorno iniziava ad accendersi lentamente e voltandomi dietro per controllare dove fosse il mio compagno di viaggio mi ero addirittura accorto che erano quattro. Ognuno trascinando la sua valigia con le ruote. Anche le ombre di quando ero partito avevano iniziato a prendere i contorni definiti di altre persone, forse duecento metri davanti a me. Ad ogni incrocio si aggiungevano poi persone da destra e da sinistra. Altri davanti rallentavano il passo e molti dietro lo allungavano. Per non contare poi quelli che uscivano dalle porte delle case al nostro passaggio. Arrivati in un viale alberato alla fine della città, un attimo per prendere fiato, per capire la situazione. Eravamo migliaia. Le ruote di un trolley sull’asfalto, anche di uno di buona qualità e su un asfalto abbastanza nuovo, sono abbastanza rumorose. Moltiplicato per migliaia di ruote diventa un rombo, una mandria di bufali sconfitti, amplificato nel primo fondovalle, quando si inizia a salire verso la montagna. E su un prato ancora bagnato di rugiada, un gregge di pecore. Appena eravamo spuntati davanti a loro, avevano alzato tutte insieme la testa ed erano rimaste fisse a guardarci. Tutte le migliaia di ruote, quante le valige ma moltiplicate per due, si erano fermate contemporaneamente in quello stesso momento, creando il silenzio più immobile che avessi mai sentito. Anche i miei occhi erano immobili, negli occhi di una di quelle pecore. Non so come mi era venuto quel pensiero, del perché si considerino sempre le pecore un animale poco intelligente. Forse per il fatto di seguire sempre il gruppo, il gregge. O forse anche per lo sguardo, che però, guardandolo bene è tutt’altro che stupido. Hanno più l’aria di un filosofo che tiene tra i denti un filo d’erba, sdraiato su un prato con una gamba accavallata all’altra, mentre sorridendo osserva in cielo le nuvole che si muovono. Quando osservo le piccole nuvole mosse velocemente dal vento, mi viene sempre in mente il tempo che passa. Come se in un attimo rivedessi scorrere davanti a me tutta la vita. Dall’infanzia fino all’ adolescenza, tutti i vicoli ciechi senza speranza di uscita che non mi facevano dormire allora, che mi facevano svegliare di notte sudato e cercando di respirare più aria possibile, come alla fine di un’ immersione, appena senti che la testa è uscita dall’acqua. Cresci molto velocemente, e quei centimetri in più ti fanno via via vedere più mondo di quello che in quel momento sei in grado di capire. Le capacità per comprendere e gestire quello che vedi non arrivano con la stessa velocità con cui fisicamente cresci. Basta un sogno infranto, una delusione, che il senso di inadeguatezza ti contamina i pensieri. E’ come addormentarsi alle medie e svegliarsi in un’aula di università. Osservi, ascolti, e non capisci nulla. E’ una sensazione che ti provoca un’ansia atroce, e pensi di non essere capace, di non essere in grado, che stai sbagliando tutto. Con il tempo arriva poi dentro di te quello che è necessario sapere, e recuperi lo svantaggio. A quel punto nascono nuove speranze, nuovi sogni, e non sei più una pecorella smarrita. Ho fatto un altro respiro, ho raccolto un filo d’erba e me lo sono messo in bocca. E mentre la mandria di uomini e donne con i loro trolley riprendeva lentamente la marcia e le pecore con la stessa aria serafica avevano ripreso la colazione, anch’io ho ripreso a muovermi. Ma il rombo delle ruote del corteo mi ha accompagnato per pochi minuti, fino a sentire, come quando ero partito, suolo il suono delle mie. Lo stesso suono che mi avrebbe accompagnato fino a casa, insieme alla speranza che prima o poi avrei capito.
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