Creato da fading_of_the_day il 17/11/2010

Fading of the day

....as night takes over

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Cityrain

Post n°42 pubblicato il 12 Maggio 2011 da fading_of_the_day
 




Il vecchio vaso giaceva polveroso in un angolo della terrazza.
La piccola agave che ospitava non aveva retto i rigori dell'ultimo inverno. Ora non restava che la terra e qualche foglia secca volata da chissà dove. La timida pioggia l'attraversava con sottili spilli, frecce silenziose scoccate dall'arco del cielo, rendendola via via più molle, più stanca della sua inutilità. Più ebbra dell'odore rilasciata dalle sue spore.

La pioggia acuisce i sensi, li ipnotizza nella sua danza ancestrale
La vista si deve fare più attenta per riuscire a passare tra le gocce che cadono; l'udito più acuto per escludere dall'ascolto il brusio di fondo.

E poi c'è l'olfatto.

L'odore di città: quell'essenza urbana di civiltà progredita che sale dell'asfalto bagnato; il pungente senso di metallo acre che evapora dalle inferriate, che si avverte sulla lingua come una medicina amara.

Quando piove certe percezioni vengono amplificate, come se dentro di noi ci fosse un gigantesco radar. Quando piove ci si accorge di tante cose che normalmente sfuggono alla sensibilità quotidiana. Forse perchè il tempo sembra dilatarsi nell'attesa che smetta; forse perchè il semplice cadere dell'acqua rallenta o ferma certe attività umane.

La pioggia crea attesa, induce a riflettere, distrae dalla routine.

Matisse era acciambellata sul candido bracciolo del divano, abbastanza ampio per permetterle di adagiare le sue regali forme di norvegese delle nevi. Le iridi azzurre si fessuravano di tanto in tanto, tirate giù dal sonno e da quella tipica apatia che avvolge i morbidi pomeriggi dei gatti di casa. Il musetto bianco e grigio era rivolto verso la sua padrona che, nella seduta accanto ticchettava, annoiata, il portatile.

Aveva gli occhi stanchi Sophie. La notte non era trascorsa nel migliore dei modi.
La solita litigata con Martin. Le solite scuse, le solite bugie, i soliti pianti, le solite promesse.

Ad essere sinceri, la parola "solita" non era adatta al caso specifico. Perchè quella della sera precedente era stata "la" litigata, l'ultima sfuriata che incideva a chiare lettere la parola fine.
Ormai Sophie aveva la certezza che lui, il porco,  si vedeva con un'altra. Ora ne aveva le prove.

L'indomani mattina si era alzata con un enorme cerchio alla testa e due occhiaie larghe come due piste da sci. Era nervosa e fuori di sè, Sophie, come non le succedeva da tempo. Perchè un conto è avere dei sospetti, un conto è supporre ma non vedere. Un altro sono i fatti. Li aveva beccati insieme e lui aveva spudoratamente negato. Come un imputato che al processo si arrampica su mille "non ricordo". Martin aveva un'altra. Una ex-modella, ex-cocainomane, ex-pseudofamosa.
Molto più giovane di lui. Tutto come nei più banali cliché hollywoodiani.

Sophie non aveva potuto far altro che stringere lo stomaco, serrare i pugni ed incassare il diretto sotto la cintura.

Così, quella mattina, si era alzata colma di odio per quell'essere viscido.
Aveva messo su il caffè ed acceso lo stereo. Dentro c'era un vecchio cd dei Green Day.
Aveva bisogno di un po' di sana cattiveria.

Perchè la rabbia del rock è come la rabbia di strada, solo un po' più moralista.

Solo un po' più avvolta da un velo di perbenismo, perchè fa uso delle metafore. E le metafore, si sa, edulcorano le verità. Traslano episodi reali in immagini, sempre concrete, ma più digeribili. La rabbia di strada, quella che vivi giorno per giorno, invece non la puoi ingentilire. Un pugno è un pugno e basta. Le metafore non servono a nulla.

Un pungo è un pugno. E fa ancora più male se colpisce il basso ventre.

Sophie era adagiata sul divano. Gambe ditese, pc in grembo, sbirciava dalla finestra e navigava il web. A volte si distraeva ascoltando il crepitio della pioggia sul davanzale del terrazzo. E pensava. Rifletteva sulla sua vita, sui rimpianti del tempo perso, sulle lacrime che niente e nessuno le avrebbe restituito. Sophie avrebbe voluto concentrarci solo sul pc, spegnere per un paio d'ore il cervello.
Ma non ci riusciva. E la pioggia non era di aiuto.

Matisse, intanto, si era riavuta da quello stato di peseudoincoscienza, e si era rizzata sulle zampine davanti, in un inconsueto slancio di iperattività post-pranzo. Osservava i riflessi dello schermo negli occhiali curiosa, con aria furbetta, sbadigliando di tanto in tanto.

Sophie aveva appena aperto la mail di Emma.
Più scorreva quelle righe, più le si formava ben definito un ampio sorriso sulle labbra.
Emma non cambiava mai. Era rimasta la paurosa bambina che aveva conosciuto una mattina d'estate in spiaggia. Quella che aveva paura dell'acqua alta e dei pesci. Le sue paure non erano scomparse, si erano solo evolute. Perchè Emma aveva paura di fare il passo più grande della gamba, le mancava un po' di insano coraggio che la staccasse dalle sue monotone passeggiate sull'ampio marciapiede del luminoso centro città.

Dalle parole di Emma trasparivano due cose: l'ansia di non deludere e il timore di osare.

In realtà si trattava delle due facce della stessa moneta.
Quella che pagava pensando di comprare la felicità.

Perchè Emma, scegliendo "testa", aveva deciso di non sporcarsi le mani, di sposare il suo manager che conosceva da anni. Voleva incassare subito ciò che da tempo le mancava. Aveva fretta, Emma, e voleva mettere in banca il suo futuro. O almeno così credeva.

Sophie terminò di leggere la mail, chiuse il portatile e alzò lo sguardo verso il vetro della finestra, invaso da migliaia di goccioline. Matisse, approfittando dello spazio liberato sulle sue gambe, le si accoccolò in grembo senza farselo ripetere due volte, ciondolando la sua lunga coda di ovatta.

Sophie abbassò lo sguardo verso la sua gatta accarezzandone il morbido pelo lucente. Sorrise di nuovo, questa volta con meno gusto, in modo più impersonale. Pensò che non voleva risponderle via mail. Voleva parlarle. Voleva dirle di Martin e della sua troietta da discoteca. Voleva ribadirle ancora una volta che Markus non le ispirava fiducia e che, in fondo, lui e Martin non erano, poi, così diversi.

Sophie aveva un desiderio: vedere Emma, almeno per una volta, abbandonare il suo marciapiede illuminato e attraversare la vita con il rosso. Così decise che voleva fare qualcosa per lei, che voleva essere parte attiva nella vicenda.

In un attimo ebbe l'illuminazione. Le si dipanò davanti agli occhi tutta quella aggrovigliata matassa. Capì cosa doveva fare e come. Adagiò su una sedia Matisse, che non le risparmiò un miagolìo di protesta e si riappropriò delle sue gambe e del portatile. Cercò il blog di Luca per risalire alla sua mail. Ecco cosa avrebbe fatto: gli avrebbe scritto. Gli avrebbe detto cosa provava veramente Emma per lui. Del resto, aveva diritto a sapere.

Fuori la pioggia aveva smesso di cadere ed i sensi potevano riaprirsi agli stimoli del mondo e mettere da parte le distrazioni.

Ora non rimaneva altro che l'odore bagnato della città ed il timore di osare.

Ma il primo sarebbe presto svanito con il sole del nuovo giorno.

 
 
 
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