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Creato da fading_of_the_day il 17/11/2010

Fading of the day

....as night takes over

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White Spot

Post n°30 pubblicato il 15 Marzo 2011 da fading_of_the_day
 


Quella sera, prima di essere preda della rituale sensazione di incosciente abbandono alla notte, si immerse in vino e pensieri. Prese un pezzo di carta e si mise a scrivere senza meta. Era da qualche tempo che gli ronzava in testa una canzone. La ascoltava 5-6 volte al giorno ed il risultato di tanto impegno era un misero e costante sentimento di inappagatezza, un crescente turbamento innanzi alla massima inarrivabilità della rivelazione edonistica.

Del resto, la bellezza incorpora sempre in sè una certa dose di malinconia.

Gli esseri umani hanno una reazione morbosa quando si trovano innanzi a qualcosa che suscita la loro ammirazione. Vorrebbero possederla fisicamente, poterne avere una rappresentazione concreta sottoforma di foto da guardare o di oggetto da passarsi tra le mani. Non gli basta che penetri nelle orecchie o che ci indugino sopra gli occhi. Continuano a nutrire uno senso di nostalgica insoddisfazione, fomentata dallo stesso atto che dovrebbe sedarla.

Luca sarebbe partito all'indomani alla prime luci del mattino.
Lo aveva detto ad Emma, ma lei non ci aveva creduto più di tanto perchè pensava si trattasse di una piazzata di gelosia. Lui aveva incassato il colpo percependo la sua malcelata sfiducia e ciò non aveva fatto altro che acuire il suo risentimento verso lei e l'altro.

Già, l'altro.
Fu colto dalla rabbia di riempire il foglio di carta con una sequela di beceri insulti da recapitargli via posta ordinaria, ma si calmò subito, realizzando che non valeva la pena sprecare inchiostro per quel mentecatto. Ora era basilare mantenere alta la concentrazione e giocare per bene la partita. Voleva mettere le cose in chiaro con Emma, una volta per tutte. Voleva farle capire che non aveva la minima intenzione di scherzare nè di perdere tempo.

La mattina seguente, di buon'ora, Emma uscì per fare una passeggiata e fece ritorno all'hotel solo verso l'ora di pranzo.
Nella sua stanza tutto era fastidiosamente bianco. Le pareti erano di un candore accecante, le lampade erano pallide, cosiccome le tende e gli infissi del balconcino. Emma si mise a sedere sul bordo del suo grande letto immacolato e prese a fissare il telefono, anch'esso bianco. Sotto i suoi piedi un peloso scendiletto, neanche a dirlo, pallido come la neve.

Attendeva la sua telefonata, il segnale con cui le annunciava che sarebbe stato ad aspettarla giù nella hall.

Emma avvertiva una certa inquietudine: sapeva che si preannunciavano fulmini e saette.
Lui non aveva preso bene come le cose si erano messe tra loro. Non aveva apprezzato il fatto che lei si fosse accasata con Markus così a cuor leggero, senza pensarci troppo.

Le preoccupazioni di Emma galleggiavano pesanti ed inanimate, erranti e vacue in quel freddo universo bianco. Ad un tratto si riebbe da quella pesantezza, notando con rinfrancante stupore che il minimalismo era rotto da un quadro davvero insolito per lo stile del luogo. Forse si trattava di un retaggio di gestioni precedenti e, probabilmente, aveva anche un certo valore per stare lì nonostante non fosse in linea con l'arredamento.

Si trattava del ritratto di un non ben identificato notabile di fine Ottocento, che la scrutava severo dalla parete di fronte, avvolto nell'opulento rigore di imbolsiti abiti aristocratici. L'osservava fiero, dall'alto in basso, con l'indignazione di chi aveva appena scovato un immigrato clandestino sbarcato nottetempo in quell'asettico continente bianco.

L'osservazione del quadro mitigò l'attesa solo per un breve volgere di tempo.
La tensione iniziò ad uscir fuori dal telefono con la lentezza e l'inesorabilità del gas.

L'ansia dell'attesa era acuita dalla scarsa lungimiranza di Emma.
L'imprudente, con atteggiamento sconsideratamente incauto, non aveva elaborato alcuna strategia che la guidasse nel faccia a faccia. Del resto era totalmente impreparata a quel genere di cose e non aveva la minima malizia per quel che concerne una certa classe di interazioni umane. In più l'esperienza le remava decisamente contro, visto che mai si era trovata in mezzo a due fuochi. In quegli attimi avrebbe pagato a peso d'oro una traslazione fisica in un qualsiasi posto lontano migliaia di chilometri.

Per ingannare l'attesa, prese a dilettarsi con un cruciverba. Ma non aveva granché voglia di compilare le caselle. Si limitò a leggere le definizioni, tamburellandoci sopra con la punta della biro, come se stesse martellando la capocchia di un chiodo. Il secco tac tac scandiva la durata del silenzio come il battito di un orologio. Ad un certo punto si interruppe per grattarsi la testa e, per un po', andò avanti così, alternando le due azioni con ineccepibile sincronismo. Tac tac, grattata, tac tac, grattata.

Isolata all'interno di quell'immenso batuffolo di cotone idrofilo, si sentiva pronta per essere coricata sul lettino del chirurgo. Avvertiva la presenza dell'infermiere con il camice verde che a metà tra il distaccato ed il poco convinto la invitava a non preoccuparsi che tanto "si tratta di un intervento di routine". Emma si sentiva isolata e con le orecchie otturate, anestetizzate. Tutto attorno a lei sembrava fermo ed inaminato.

Fuori, il frastuono di voci nel corridoio assomigliava al brusio di tribù lontane oltre il grande fiume.

Finalmente il telefono squillò.
Emma scacciò con lo sguardo l'odioso notabile ed alzò il ricevitore.

-Sono giù nella hall.
Ti aspetto.


 
 
 
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